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Inside Gwangju Universiade – Roberto Severi

14 July 2015 - Stories

Sono sdraiato sul letto, appiccicato al lenzuolo, il caldo mi soffoca e non mi fa dormire. Chiudo gli occhi sperando di riprendere sonno e.. "Il pullman! Dobbiamo prendere la navetta per il campo di riscaldmen..." Ma che caz'!  Un altro flash di Gwangju! Sono tornato a Milano da meno di otto ore, il viaggio ne é durato 26 e ne ho dormite in totale 8, non più di 4 per volta. Lo so, dó i numeri, sono giorni che dó i numeri. Non sono piú al Villaggio da circa un giorno e mezzo. Eppure ancora non mi sento ancora completamente quí. "É appena tornato!" Si, e con tutti i disagi del caso. Ricordi vivissimi riemergono ogni volta che chiudo gli occhi: sinestesie di colori e odori, rumori dell'altra parte del mondo che difficilmente scorderó mai. L'umiditá opprimente e Il costante odore di fritto e unto, la vista dalla camera al 21esimo piano...  Ricordo i sorrisi dei disponibilissimi abitanti di Korea, le battute e le risate con i compagni della trasferta, quel senso si orgoglio profondo che ho provato infilando la canotta della nazionale con le spille del numero gara.  E poi lo stadio, gli atleti, i volontari...  E ancora i momenti: il viaggio, la scoperta del villaggio, gli allenamenti e le serate. E poi lei: La Gara. Anzi le gare! Il warm-up, la call-room, la rabbia e la delusione. I pensieri. La voglia di riscatto. Alla fine, il bisogno di condividere, che tutti possano vivere cos'é l'atletica di alto livello: una delle ragioni per cui esiste Athletic Élite.

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In questi giorni mi sono confrontato con l'altra parte del mondo fuori e dentro la pista, fuori e dentro di me stesso. Mi sono misurato con una gara di livello, e con la mia inesperienza. Ho esordito in maglia azzurra con la tranquillità di un veterano, e bruciato tutte le energie mentali nella call room del secondo turno. Ho mangiato e fatto amicizia con un ragazzo libanese che usa la pista una volta ogni due settimane, perchè la più vicina è a 200km da casa sua, un ragazzo che conosce molti italiani: i nostri militari del contingente di pace ONU. Ho riso e scherzato con una star dell'atletica mondiale come fosse una compagna di corso, la ho anche convinta a fare un video di saluto per Alessio.  Ho scoperto cos'è il Jet Lag in termini di allenamento, ho cercato di gestire le energie per i 6 giorni prima e per quelli dopo la gara, in assenza del mio tecnico. Ho mangiato accostamenti di cibi indicibili cercando ogni volta di garantirmi i giusti apporti senza rischiare di passare mezza giornata sulla tazza.  Ho festeggiato, riso, gioito e mi sono anche incazzato. Ho pensato di buttare via tutto. Di chiudere qui l'anno. 

Volete il resoconto agonistico? Il riscaldamento per la prima gara è stato qualcosa di intensissimo. Per ogni metro corso assaporavo la forza dell'imminente attimo e poi una volta dentro lo stadio ho fatto esattamente quello che volevo: una distribuzione semplice con chiusura molto forte. Ho anche vinto la batteria ed in quel momento pensavo di star bene.

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La semifinale non è stata uguale. Non avevo recuperato muscolarmente, (quest’anno va così) sapevo anche di non aver niente da perdere, avrei cercato di fare quello che potevo. Continuavo a ripetermelo... fino alla seconda call-room. Un tendone chiuso ed isolato, raffreddato da tre condizionatori a 17 gradi. Fuori ce n'erano 28°, e il 98% di umidità. Non riuscivo a star seduto: seduto mi si bloccava il diaframma. in piedi mi rilassavo. Accanto a me Liguellin Santos, il numero 3 al mondo. Ci sono voluti 20 minuti di attesa. Poi ci hanno chiamati. Non ho quasi ricordo di cosa sia successo dentro. Non sentivo nessun rumore, c’era solo il mio corpo. Non sono mai stato così concentrato in vita mia. Ero in trance agonistica totale. Sistemo il blocco, mi metto giù, provo una partenza. Vada come vada ho già vinto. Spingi e basta.  On Your Marks, Set, Phow.  Primo appoggio ok, accelerazione, mettiti alt... limitatore! Cazzo. Non riesco a mettermi in assetto, a star con il bacino sopra i piedi. Sto correndo di cosce. E vabbè, vai facile e cerca di spingere sul finale. Forse il tempo non sarà poi così male. Mi sbagliavo. Il tempo è scoraggiante. Al diavolo gli infortuni, la preparazione, la tecnica. Al diavolo tutto. Non sarei comunque potuto entrare in finale (46.26 l'ultimo ripescaggio) ma volevo fare di più. Tristezza. Sono giù. Vabbè, tifo per gli altri. Alla fine sono stato fatto fuori solo al secondo giorno, oggi ci sono ancora Davide, Giulia e Marta, e poi tutti gli altri…

La mia Universiade agonistica è finita così. Ma l’esperienza in se è stata ben altro al di fuori della gara. Mi sono sentito da subito parte di un team che rappresentava il nostro paese. Quella meglio gioventù che si danna sui libri e sul campo, cercando tutti i giorni di costruirsi un futuro. La pattuglia azzurra conta 350 tra ragazze e ragazzi di cui solo 18 dell’atletica, dispersi in un mare di oltre 17.000 atleti partecipanti. Eppure nell’edificio 320, uno come gli altri 20 grattacieli di 31 piani che costituivano il villaggio, io mi sentivo a casa.

In conclusione, questa è stata l’esperienza di gara individuale di più alto livello nella mia carriera, e certo una delle più significative esperienze di vita. Uno di quei motivi per cui vale la pena fare atletica tutti i giorni, cimentandosi in allenamenti pazzeschi. Resta l’amaro per non essere stato in forma, ma quello che era il mio modesto obiettivo l’ho centrato: Semifinale alle Universiadi. Per il futuro si punta a fare meglio. BeAthlete BeElite

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